Il contributo, attraverso la rilettura del manifesto programmatico del 1986 dedicato agli archivi di scrittura popolare in Italia, propone una riflessione metodologica sull’utilizzo delle scritture personali in ambito storiografico. A partire dagli anni Settanta del Novecento alcuni studiosi cominciarono a ricercare tra i subalterni esempi di scritture personali, raccolte in un territorio culturale di confine caratterizzato da estese zone grigie di alfabetizzazione precaria. Tali fonti sono utilizzabili per comprendere le mentalità, i processi di affermazione delle identità e delle esperienze soggettive connessi soprattutto all’avvento della società di massa fra Otto e Novecento: carte fragili che, nell’ambito della ricerca storica sociale e culturale, costituiscono un campo d’indagine ancora per molti aspetti da esplorare a fondo. Gli innumerevoli testi scritti personali, se utilizzati come strumenti per la ricerca storica, implicano un lavoro tra i piani intersecanti della storia soggettiva e di quella collettiva. Si tratta di cimentarsi in un’opera di tessitura, per restituire ai grandi eventi sfumature di storie reali, minime ma non irrilevanti, in grado di coglierne la complessità. L’analisi deve tenere in considerazione anche i contesti di produzione e conservazione delle scritture: il passaggio da documento/testo della soggettività a fonte non può prescindere dalla consapevolezza critica e metodologica, a partire da alcune definizioni (quasi) impossibili, come gente comune e scrittura popolare, non del tutto adeguate a rappresentare la caleidoscopica realtà degli scriventi e dei testi. La complessità semantica e interpretativa delle testimonianze di gente comune/popolari si riverbera anche sulla natura dei contenitori (archivi?) pubblici o privati in cui si sono sedimentate e sono confluite dopo aver seguito percorsi di oblio e riemersione non sempre casuali: dinamiche che possono cautamente indurre, se non a ridefinire il concetto di archivio, almeno a tentarne di ampliarne il significato. Se, come ha scritto Witold Kula nelle sue Riflessioni sulla storia, lo scopo che lo storico deve prefiggersi è «comprendere gli altri», per tentare di comprendere e scrivere «un’altra storia» con le fonti della soggettività è necessario dare centralità al mestiere di storico, ai suoi attrezzi critico-interpretativi indispensabili per svolgere la propria funzione sociale.
GLI ARCHIVI DI SCRITTURA POPOLARE. GENESI, DEFINIZIONI, PROSPETTIVE STORIOGRAFICHE
F. Caffarena
2025-01-01
Abstract
Il contributo, attraverso la rilettura del manifesto programmatico del 1986 dedicato agli archivi di scrittura popolare in Italia, propone una riflessione metodologica sull’utilizzo delle scritture personali in ambito storiografico. A partire dagli anni Settanta del Novecento alcuni studiosi cominciarono a ricercare tra i subalterni esempi di scritture personali, raccolte in un territorio culturale di confine caratterizzato da estese zone grigie di alfabetizzazione precaria. Tali fonti sono utilizzabili per comprendere le mentalità, i processi di affermazione delle identità e delle esperienze soggettive connessi soprattutto all’avvento della società di massa fra Otto e Novecento: carte fragili che, nell’ambito della ricerca storica sociale e culturale, costituiscono un campo d’indagine ancora per molti aspetti da esplorare a fondo. Gli innumerevoli testi scritti personali, se utilizzati come strumenti per la ricerca storica, implicano un lavoro tra i piani intersecanti della storia soggettiva e di quella collettiva. Si tratta di cimentarsi in un’opera di tessitura, per restituire ai grandi eventi sfumature di storie reali, minime ma non irrilevanti, in grado di coglierne la complessità. L’analisi deve tenere in considerazione anche i contesti di produzione e conservazione delle scritture: il passaggio da documento/testo della soggettività a fonte non può prescindere dalla consapevolezza critica e metodologica, a partire da alcune definizioni (quasi) impossibili, come gente comune e scrittura popolare, non del tutto adeguate a rappresentare la caleidoscopica realtà degli scriventi e dei testi. La complessità semantica e interpretativa delle testimonianze di gente comune/popolari si riverbera anche sulla natura dei contenitori (archivi?) pubblici o privati in cui si sono sedimentate e sono confluite dopo aver seguito percorsi di oblio e riemersione non sempre casuali: dinamiche che possono cautamente indurre, se non a ridefinire il concetto di archivio, almeno a tentarne di ampliarne il significato. Se, come ha scritto Witold Kula nelle sue Riflessioni sulla storia, lo scopo che lo storico deve prefiggersi è «comprendere gli altri», per tentare di comprendere e scrivere «un’altra storia» con le fonti della soggettività è necessario dare centralità al mestiere di storico, ai suoi attrezzi critico-interpretativi indispensabili per svolgere la propria funzione sociale.| File | Dimensione | Formato | |
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