La città posa lo sguardo sulla nuova opera del mare, che si presenta quale diga più profonda d’Europa. Il progetto consiste in due segni ciclopici di cemento che prevedono l’accesso al porto per mezzo di due nuovi canali. Genova ospita così il progetto di costruzione della nuova diga foranea iscrivendosi in un arcipelago di mondo a venire, insieme alla costruzione della Gronda e del Terzo Valico, per il corridoio Reno-Alpi della Rete Ten-T. Un sito in divenire legge la città quale cantiere inarrestabile, che trova oggi l’occasione per rilacerarsi nelle aperture di un porto in espansione. Il mare si offre quale evento-palinsesto, luogo di riscritture e tensioni tra territorio, infrastrutture e identità collettiva. Tutto avviene senza interrompere le attività portuali in corso né fare ancoraggio a terra: il progetto è completamente nelle mani dell’acqua e delle sue maree. Dalle retrovie, un’altra città volge lo sguardo: le proiezioni di queste linee gemelle delineano i coni d’ombra del dissenso. Questo saggio riflette su chi detenga la sovranità del progetto, in un andirivieni di punti di vista incrociati: orizzontali, tra terra e mare; verticali, abisso e marea; obliqui, la città e i container dei traffici marittimi. La dialettica, tuttavia, non va incontro a una soluzione, ma esplicita le contraddizioni tra miseria e realtà, in cui il progetto rivela spettralità che emergono per parallasse. La diga risulta, dunque, la misura ultima di quest’orizzonte, ossatura di una miseria out of joint, che induce un’evoluzione endogena nelle fenditure degli sviluppi portuali.

Architettura senza alcuna appartenenza. Abissi, ciclopi, orizzonti

Pietro Alfano
2025-01-01

Abstract

La città posa lo sguardo sulla nuova opera del mare, che si presenta quale diga più profonda d’Europa. Il progetto consiste in due segni ciclopici di cemento che prevedono l’accesso al porto per mezzo di due nuovi canali. Genova ospita così il progetto di costruzione della nuova diga foranea iscrivendosi in un arcipelago di mondo a venire, insieme alla costruzione della Gronda e del Terzo Valico, per il corridoio Reno-Alpi della Rete Ten-T. Un sito in divenire legge la città quale cantiere inarrestabile, che trova oggi l’occasione per rilacerarsi nelle aperture di un porto in espansione. Il mare si offre quale evento-palinsesto, luogo di riscritture e tensioni tra territorio, infrastrutture e identità collettiva. Tutto avviene senza interrompere le attività portuali in corso né fare ancoraggio a terra: il progetto è completamente nelle mani dell’acqua e delle sue maree. Dalle retrovie, un’altra città volge lo sguardo: le proiezioni di queste linee gemelle delineano i coni d’ombra del dissenso. Questo saggio riflette su chi detenga la sovranità del progetto, in un andirivieni di punti di vista incrociati: orizzontali, tra terra e mare; verticali, abisso e marea; obliqui, la città e i container dei traffici marittimi. La dialettica, tuttavia, non va incontro a una soluzione, ma esplicita le contraddizioni tra miseria e realtà, in cui il progetto rivela spettralità che emergono per parallasse. La diga risulta, dunque, la misura ultima di quest’orizzonte, ossatura di una miseria out of joint, che induce un’evoluzione endogena nelle fenditure degli sviluppi portuali.
2025
9791222325538
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11567/1270898
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