Il contributo intende approfondire la figura di Salvatore Fiume, ponendo al centro della riflessione le pitture rupestri realizzate nel 1973 nella Valle di Babile, in Etiopia. Queste “isole” dipinte su massi vennero in parte riprodotte a grandezza naturale l’anno successivo a Milano, in occasione della mostra antologica a Palazzo Reale, dove Fiume presentò anche la Gioconda africana. Il percorso di queste pitture fu caratterizzato da un costante andirivieni di immaginari: il linguaggio artistico che Fiume portò in Etiopia echeggiava — tra gli altri riferimenti — di un’Africa mediata inizialmente dal primitivismo di Picasso e Modigliani, che si aggiornava e modificava grazie all’esperienza diretta di viaggio che il pittore accumulò a partire dal 1970, fino a essere poi ricondotta all’interno del contesto europeo in concomitanza con l’esposizione milanese. A partire da questo breve tracciato, il contributo approfondisce almeno tre direttrici di ricerca: la prima riguarda la traiettoria artistica di Fiume, che in questo gruppo di opere riconobbe un punto di sintesi della sua ricerca. La seconda si concentra sulla relazione tra Fiume e il contesto culturale-politico con l’obiettivo di indagare se e in che misura queste pitture dialogarono con quei linguaggi coevi segnati da una crescita progressiva di sensibilità anticoloniali e antirazziste (specie in un anno emblematico come il 1973, in cui si assistette a una crisi dei rapporti di forza a livello globale). Infine, a partire da una riflessione attorno ai topoi delle pitture rupestri (ma non solo), si è provato a capire quale immagine dell’“africanità” venisse veicolata dall’opera e, di conseguenza, a quali pubblici si rivolgesse. In sintesi, si è cercato di indagare quell’ambivalenza dell’Italia degli anni Settanta in cui, all’affermarsi di nuovi linguaggi, corrispondeva il processo di adattamento di una cultura visiva di impronta coloniale che permaneva, continuando dunque a manifestarsi.

Africa andata e ritorno. Salvatore Fiume e le pitture rupestri nella valle di Babile

Elena Cadamuro
2026-01-01

Abstract

Il contributo intende approfondire la figura di Salvatore Fiume, ponendo al centro della riflessione le pitture rupestri realizzate nel 1973 nella Valle di Babile, in Etiopia. Queste “isole” dipinte su massi vennero in parte riprodotte a grandezza naturale l’anno successivo a Milano, in occasione della mostra antologica a Palazzo Reale, dove Fiume presentò anche la Gioconda africana. Il percorso di queste pitture fu caratterizzato da un costante andirivieni di immaginari: il linguaggio artistico che Fiume portò in Etiopia echeggiava — tra gli altri riferimenti — di un’Africa mediata inizialmente dal primitivismo di Picasso e Modigliani, che si aggiornava e modificava grazie all’esperienza diretta di viaggio che il pittore accumulò a partire dal 1970, fino a essere poi ricondotta all’interno del contesto europeo in concomitanza con l’esposizione milanese. A partire da questo breve tracciato, il contributo approfondisce almeno tre direttrici di ricerca: la prima riguarda la traiettoria artistica di Fiume, che in questo gruppo di opere riconobbe un punto di sintesi della sua ricerca. La seconda si concentra sulla relazione tra Fiume e il contesto culturale-politico con l’obiettivo di indagare se e in che misura queste pitture dialogarono con quei linguaggi coevi segnati da una crescita progressiva di sensibilità anticoloniali e antirazziste (specie in un anno emblematico come il 1973, in cui si assistette a una crisi dei rapporti di forza a livello globale). Infine, a partire da una riflessione attorno ai topoi delle pitture rupestri (ma non solo), si è provato a capire quale immagine dell’“africanità” venisse veicolata dall’opera e, di conseguenza, a quali pubblici si rivolgesse. In sintesi, si è cercato di indagare quell’ambivalenza dell’Italia degli anni Settanta in cui, all’affermarsi di nuovi linguaggi, corrispondeva il processo di adattamento di una cultura visiva di impronta coloniale che permaneva, continuando dunque a manifestarsi.
2026
978-88-32244-31-1
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