Guardando la storia del maggiore prototipo storico dell’Archivio, il Museo, si scopre che l’opposizione tra archivio vivente, nell’accezione “attivo e in grado con la sua presenza di far generare cose nuove e inedite”, e archivio imbalsamato, che custodisce e conserva, è sempre esistita nella cultura moderna. Il Museo stesso è nato nell’Europa moderna per favorire invenzione e generazione di novità: il Museo di Belle Arti di Brera, ad esempio, è creato nel 1809 per offrire un insieme di opere esemplari per la formazione degli studenti di Belle Arti; il Museo di Paolo Giovio sul lago di Como, nel 1543, era una collezione di ritratti di uomini illustri destinata a sospingere i giovani ad azioni nobilissime e alla creazione di opere d’arte eccezionali. L’opposizione “vivente/imbalsamato” non è invenzione recente, è un tratto culturale caratteristico e soggiacente della cultura occidentale. Un Museo “attivo” riunisce e protegge ma soprattutto mette a disposizione e fa usare, per (a) scatenare idee e (b) generare invenzione e novità. Questo è il “vivente” dell’archivio contrapposto a imbalsamato o “ibernato” per l’eternità. In ogni caso nel Teatro un archivio non può essere “vivente”, cioè generatore attivo di invenzione, senza la trasmissione e l’esempio documentato di uno o più spettacoli. Trasmettere uno spettacolo al futuro facendone vivere e percepire l’energia e la natura, l’effetto e l’impatto nell’animo dello spettatore, resta la chiave focale dell’archivio vivente, più volte discusso: quale è la documentazione efficace di uno spettacolo, che ne documenta non le forme ma la sostanza energetica, l’identità esplosiva e la forza d’impatto sullo spettatore? Da molti si propone la registrazione audiovisiva, un tempo impossibile, che però riporta e trasmette solo una parte della sostanza e dell’identità dello spettacolo, le forme visive, del movimento e del sonoro, peraltro accuratamente scelte e selezionate da una regia che filtra, include ed esclude le parti che compongono uno spettacolo, eliminando gli aspetti tattili, sensoriali, olfattivi, del caldo e dell’umido, la densità emotiva della situazione, l’attesa collettiva, i rumori ambientali, l’ora, il luogo e l’identità degli spettatori di quel giorno. Presenteremo allora una proposta di metodo in tre fasi della documentazione di uno spettacolo: (a) osservazione partecipante al processo di preparazione dello spettacolo (creazione e prove) (b) visione ripetuta molte volte dello spettacolo in luoghi e con pubblici diversi (c) stesura di note di osservazione durante e subito dopo lo spettacolo: appunti manoscritti che combinano osservazione diretta e resa dell’impatto emotivo: stesi a caldo rendono efficacemente la realtà di cosa è stato uno spettacolo e del lavoro teatrale.

"Archivi viventi e archivi imbalsamati: dal museo al teatro", in: Francesco Ceraolo - Simona Scattina (a cura di), "Odin Teatret. 60 anni lunghi un giorno", Imola, CUE Press, 2026, pp.302-311.

Roberto Pellerey
2026-01-01

Abstract

Guardando la storia del maggiore prototipo storico dell’Archivio, il Museo, si scopre che l’opposizione tra archivio vivente, nell’accezione “attivo e in grado con la sua presenza di far generare cose nuove e inedite”, e archivio imbalsamato, che custodisce e conserva, è sempre esistita nella cultura moderna. Il Museo stesso è nato nell’Europa moderna per favorire invenzione e generazione di novità: il Museo di Belle Arti di Brera, ad esempio, è creato nel 1809 per offrire un insieme di opere esemplari per la formazione degli studenti di Belle Arti; il Museo di Paolo Giovio sul lago di Como, nel 1543, era una collezione di ritratti di uomini illustri destinata a sospingere i giovani ad azioni nobilissime e alla creazione di opere d’arte eccezionali. L’opposizione “vivente/imbalsamato” non è invenzione recente, è un tratto culturale caratteristico e soggiacente della cultura occidentale. Un Museo “attivo” riunisce e protegge ma soprattutto mette a disposizione e fa usare, per (a) scatenare idee e (b) generare invenzione e novità. Questo è il “vivente” dell’archivio contrapposto a imbalsamato o “ibernato” per l’eternità. In ogni caso nel Teatro un archivio non può essere “vivente”, cioè generatore attivo di invenzione, senza la trasmissione e l’esempio documentato di uno o più spettacoli. Trasmettere uno spettacolo al futuro facendone vivere e percepire l’energia e la natura, l’effetto e l’impatto nell’animo dello spettatore, resta la chiave focale dell’archivio vivente, più volte discusso: quale è la documentazione efficace di uno spettacolo, che ne documenta non le forme ma la sostanza energetica, l’identità esplosiva e la forza d’impatto sullo spettatore? Da molti si propone la registrazione audiovisiva, un tempo impossibile, che però riporta e trasmette solo una parte della sostanza e dell’identità dello spettacolo, le forme visive, del movimento e del sonoro, peraltro accuratamente scelte e selezionate da una regia che filtra, include ed esclude le parti che compongono uno spettacolo, eliminando gli aspetti tattili, sensoriali, olfattivi, del caldo e dell’umido, la densità emotiva della situazione, l’attesa collettiva, i rumori ambientali, l’ora, il luogo e l’identità degli spettatori di quel giorno. Presenteremo allora una proposta di metodo in tre fasi della documentazione di uno spettacolo: (a) osservazione partecipante al processo di preparazione dello spettacolo (creazione e prove) (b) visione ripetuta molte volte dello spettacolo in luoghi e con pubblici diversi (c) stesura di note di osservazione durante e subito dopo lo spettacolo: appunti manoscritti che combinano osservazione diretta e resa dell’impatto emotivo: stesi a caldo rendono efficacemente la realtà di cosa è stato uno spettacolo e del lavoro teatrale.
2026
978-88-5510-369-5
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11567/1297776
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