Nell’ambito della riflessone filosofica tardo-neoplatonica, il concetto di “nascosto”, “celato”, “latente” o anche “segreto” – reso soprattutto dall’aggettivo κρύφιος o anche, ma in modo meno frequente, dal participio perfetto medio-passivo (ἀπο)κεκρυμμένος del verbo (ἀπο)κρύπτω (“nascondere”) – assume un significato di grande rilievo dal punto di vista teoretico-speculativo. Con tale nozione viene infatti indicato tutto ciò che per la sua trascendenza e semplicità originaria risulta non determinato, non definito e non distinto, di conseguenza anche non distinguibile concettualmente. In questo senso si può parlare di una sorta di “latenza metafisica- ontologica”, che indica la condizione di ciò che per originarietà risulta nascosto, nel senso che non si rivela compiutamente, ma permane retratto in una forma di latenza. Si potrebbe in sintesi dire che in tale livello di trascendenza, le realtà non sono identificabili per il tramite della differenza, ma sono unicamente se stesse e nient’altro, ossia non sono caratterizzate da relazioni né da articolazioni interne che ne implichino una differenziazione. Ciò significa che il nascosto, in quanto anteriore a ogni determinazione e differenziazione, permane in un’identità a-relazionale, ovvero in una forma di identità che non comporta alcun rapporto con l’alterità, ma si definisce unicamente in riferimento a se stessa. Per comprendere in che termini si configuri effettivamente la dimensione del nascosto nel tardo neoplatonismo, nel contributo vengono prese in esame le concezioni di due figure centrali di questa tradizione filosofica: Proclo e Damascio.

Il significato metafisico e teologico del “nascosto” nella tarda riflessione neoplatonica: Proclo e Damascio

Michele Abbate
2026-01-01

Abstract

Nell’ambito della riflessone filosofica tardo-neoplatonica, il concetto di “nascosto”, “celato”, “latente” o anche “segreto” – reso soprattutto dall’aggettivo κρύφιος o anche, ma in modo meno frequente, dal participio perfetto medio-passivo (ἀπο)κεκρυμμένος del verbo (ἀπο)κρύπτω (“nascondere”) – assume un significato di grande rilievo dal punto di vista teoretico-speculativo. Con tale nozione viene infatti indicato tutto ciò che per la sua trascendenza e semplicità originaria risulta non determinato, non definito e non distinto, di conseguenza anche non distinguibile concettualmente. In questo senso si può parlare di una sorta di “latenza metafisica- ontologica”, che indica la condizione di ciò che per originarietà risulta nascosto, nel senso che non si rivela compiutamente, ma permane retratto in una forma di latenza. Si potrebbe in sintesi dire che in tale livello di trascendenza, le realtà non sono identificabili per il tramite della differenza, ma sono unicamente se stesse e nient’altro, ossia non sono caratterizzate da relazioni né da articolazioni interne che ne implichino una differenziazione. Ciò significa che il nascosto, in quanto anteriore a ogni determinazione e differenziazione, permane in un’identità a-relazionale, ovvero in una forma di identità che non comporta alcun rapporto con l’alterità, ma si definisce unicamente in riferimento a se stessa. Per comprendere in che termini si configuri effettivamente la dimensione del nascosto nel tardo neoplatonismo, nel contributo vengono prese in esame le concezioni di due figure centrali di questa tradizione filosofica: Proclo e Damascio.
2026
9791256005949
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11567/1309196
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