All’inizio del Novecento, ancor prima della Rivoluzione d’Ottobre e della trasformazione in Unione Sovietica, la Russia aveva già chiuso la discussione sull’integrazione comunitaria con un niet siglato da Lenin: nell’agosto 1915, il leader bolscevico aveva affermato che gli Stati Uniti d’Europa sarebbero stati un accordo temporaneo tra i capitalisti europei, con l’unico scopo di annientare il socialismo. L’unità continentale non era dunque d’interesse per i bolscevichi, che anzi avrebbero dovuto respingerla e combatterla. Dopo il 1917, la politica estera sovietica verso l’Europa unita rimase coerente con questo approccio e fu dotata di strategie atte a salvaguardare la costruzione di un nuovo Paese comunista. Negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione d’Ottobre, la priorità fu duplice: consolidare il potere dello Stato socialista e favorire la diffusione internazionale della rivoluzione attraverso il Comintern. Negli anni Venti, la dottrina del “socialismo in un solo Paese” spinse Stalin a privilegiare accordi bilaterali con i singoli Stati europei, ma senza mai riconoscere alcun valore a progetti multilaterali di cooperazione continentale. Negli anni Trenta, la crescente minaccia del nazismo determinò un temporaneo riavvicinamento dell’URSS alle democrazie occidentali, culminato con l’ingresso nella Società delle Nazioni e con la politica dei Fronti popolari antifascisti. Il fallimento di questi tentativi e la firma del Patto Molotov-Ribbentrop mostrarono però come la logica sovietica restasse fondata sulla difesa degli interessi nazionali e sulla spartizione delle sfere d’influenza più che su un disegno cooperativo europeo. Durante la Seconda guerra mondiale, infine, l’alleanza con gli anglo-americani non cancellò questa diffidenza: alla fine del conflitto, la spartizione del continente definita dall’“accordo delle percentuali” e sancita a Yalta pose le basi della divisione europea destinata a durare per oltre quarant’anni. Presentando questi tornanti della storia della politica estera sovietica tra il 1922 e il 1944, il saggio intende fornire elementi utili alla comprensione, da un lato, del pragmatismo bolscevico in campo internazionale e, dall’altro, delle ragioni “pratiche” dell’ostilità verso la costruzione europea. Abstract EN At the beginning of the 20th century, even before the October Revolution and its transformation into the Soviet Union, Russia had already closed the debate on European integration with a veto signed by Lenin. In August 1915, the Bolshevik leader stated that the United States of Europe would be a temporary agreement among European capitalists, with the sole purpose of annihilating socialism. Continental unity was therefore of no interest to the Bolsheviks, who should have rejected and fought it. After 1917, Soviet foreign policy towards a united Europe remained consistent with this approach and was equipped with strategies aimed at safeguarding the construction of a new communist country. In the years immediately following the October Revolution, the priority was twofold: consolidating the power of the socialist State and promoting the international spread of the revolution through the Comintern. In the 1920s, the doctrine of “socialism in one country” pushed Stalin to favour bilateral agreements with individual European States, but without ever recognizing the value of multilateral projects of continental cooperation. In the 1930s, the growing threat of Nazism led to a temporary rapprochement between the USSR and Western democracies, culminating in its entry into the League of Nations and the policy of the anti-fascist Popular Fronts. The failure of these attempts and the signing of the Molotov-Ribbentrop Pact, however, demonstrated that Soviet logic remained based on the defence of national interests and the division of spheres of influence rather than on a European cooperative plan. Finally, during the WWII, the alliance with the Anglo-Americans did not erase this mistrust: at the end of the conflict, the partition of the continent defined by the “Percentages Agreement” and sanctioned at Yalta laid the foundations for the division of Europe that was destined to last for over forty years. By presenting these turning points in the history of Soviet foreign policy between 1922 and 1944, the essay aims to provide useful elements for understanding, on the one hand, Bolshevik pragmatism in the international arena and, on the other, the “practical” reasons for hostility towards the construction of Europe.
Dal Trattato di Rapallo all’accordo delle percentuali: l’approccio sovietico all’Europa
Lara Piccardo
2025-01-01
Abstract
All’inizio del Novecento, ancor prima della Rivoluzione d’Ottobre e della trasformazione in Unione Sovietica, la Russia aveva già chiuso la discussione sull’integrazione comunitaria con un niet siglato da Lenin: nell’agosto 1915, il leader bolscevico aveva affermato che gli Stati Uniti d’Europa sarebbero stati un accordo temporaneo tra i capitalisti europei, con l’unico scopo di annientare il socialismo. L’unità continentale non era dunque d’interesse per i bolscevichi, che anzi avrebbero dovuto respingerla e combatterla. Dopo il 1917, la politica estera sovietica verso l’Europa unita rimase coerente con questo approccio e fu dotata di strategie atte a salvaguardare la costruzione di un nuovo Paese comunista. Negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione d’Ottobre, la priorità fu duplice: consolidare il potere dello Stato socialista e favorire la diffusione internazionale della rivoluzione attraverso il Comintern. Negli anni Venti, la dottrina del “socialismo in un solo Paese” spinse Stalin a privilegiare accordi bilaterali con i singoli Stati europei, ma senza mai riconoscere alcun valore a progetti multilaterali di cooperazione continentale. Negli anni Trenta, la crescente minaccia del nazismo determinò un temporaneo riavvicinamento dell’URSS alle democrazie occidentali, culminato con l’ingresso nella Società delle Nazioni e con la politica dei Fronti popolari antifascisti. Il fallimento di questi tentativi e la firma del Patto Molotov-Ribbentrop mostrarono però come la logica sovietica restasse fondata sulla difesa degli interessi nazionali e sulla spartizione delle sfere d’influenza più che su un disegno cooperativo europeo. Durante la Seconda guerra mondiale, infine, l’alleanza con gli anglo-americani non cancellò questa diffidenza: alla fine del conflitto, la spartizione del continente definita dall’“accordo delle percentuali” e sancita a Yalta pose le basi della divisione europea destinata a durare per oltre quarant’anni. Presentando questi tornanti della storia della politica estera sovietica tra il 1922 e il 1944, il saggio intende fornire elementi utili alla comprensione, da un lato, del pragmatismo bolscevico in campo internazionale e, dall’altro, delle ragioni “pratiche” dell’ostilità verso la costruzione europea. Abstract EN At the beginning of the 20th century, even before the October Revolution and its transformation into the Soviet Union, Russia had already closed the debate on European integration with a veto signed by Lenin. In August 1915, the Bolshevik leader stated that the United States of Europe would be a temporary agreement among European capitalists, with the sole purpose of annihilating socialism. Continental unity was therefore of no interest to the Bolsheviks, who should have rejected and fought it. After 1917, Soviet foreign policy towards a united Europe remained consistent with this approach and was equipped with strategies aimed at safeguarding the construction of a new communist country. In the years immediately following the October Revolution, the priority was twofold: consolidating the power of the socialist State and promoting the international spread of the revolution through the Comintern. In the 1920s, the doctrine of “socialism in one country” pushed Stalin to favour bilateral agreements with individual European States, but without ever recognizing the value of multilateral projects of continental cooperation. In the 1930s, the growing threat of Nazism led to a temporary rapprochement between the USSR and Western democracies, culminating in its entry into the League of Nations and the policy of the anti-fascist Popular Fronts. The failure of these attempts and the signing of the Molotov-Ribbentrop Pact, however, demonstrated that Soviet logic remained based on the defence of national interests and the division of spheres of influence rather than on a European cooperative plan. Finally, during the WWII, the alliance with the Anglo-Americans did not erase this mistrust: at the end of the conflict, the partition of the continent defined by the “Percentages Agreement” and sanctioned at Yalta laid the foundations for the division of Europe that was destined to last for over forty years. By presenting these turning points in the history of Soviet foreign policy between 1922 and 1944, the essay aims to provide useful elements for understanding, on the one hand, Bolshevik pragmatism in the international arena and, on the other, the “practical” reasons for hostility towards the construction of Europe.| File | Dimensione | Formato | |
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