L’articolo propone una lettura sociologica della vergogna come emozione profondamente relazionale e politica, capace di rivelare la qualità del legame tra individuo e comunità. A partire dai casi di suicidio tra studenti universitari raccontati dalla cronaca italiana, il testo mostra come il fallimento, nella società contemporanea, non venga più percepito solo come una difficoltà circoscritta, ma come una macchia identitaria. Attraverso il dialogo con autori e autrici come Cooley, Turnaturi, Simmel, Goffman, Bimbi, Han, Honneth, Illouz e Fisher, la vergogna viene analizzata come dispositivo di socializzazione, controllo e riconoscimento. Il passaggio dalla società dell’onore alla società della performance trasforma le forme della vergogna: non ci si vergogna più soltanto per aver violato una norma condivisa, ma per non essere abbastanza efficienti, visibili, desiderabili, felici o “riusciti”. I social media amplificano questa dinamica, trasformando la vita quotidiana in una ribalta permanente e facendo della reputazione un capitale fragile e continuamente esposto al giudizio. In questo quadro, fenomeni come il ritiro sociale, l’ansia, la depressione e il burnout possono essere letti non solo come fragilità individuali, ma come segnali di un disagio prodotto da forme di vita competitive e performative. Restituire alla vergogna una dimensione sociale e politica significa sottrarre la sofferenza psichica alla colpevolizzazione individuale, riconoscendone l’origine relazionale e strutturale. La vergogna può così tornare a essere una bussola critica per interrogare collettivamente le condizioni che rendono sempre più difficile abitare il mondo senza sentirsi in difetto.

Oltre il limite della vergogna. Dispositivi emotivi e autodisciplinamento del sé nella società della prestazione

Stagi Luisa
2026-01-01

Abstract

L’articolo propone una lettura sociologica della vergogna come emozione profondamente relazionale e politica, capace di rivelare la qualità del legame tra individuo e comunità. A partire dai casi di suicidio tra studenti universitari raccontati dalla cronaca italiana, il testo mostra come il fallimento, nella società contemporanea, non venga più percepito solo come una difficoltà circoscritta, ma come una macchia identitaria. Attraverso il dialogo con autori e autrici come Cooley, Turnaturi, Simmel, Goffman, Bimbi, Han, Honneth, Illouz e Fisher, la vergogna viene analizzata come dispositivo di socializzazione, controllo e riconoscimento. Il passaggio dalla società dell’onore alla società della performance trasforma le forme della vergogna: non ci si vergogna più soltanto per aver violato una norma condivisa, ma per non essere abbastanza efficienti, visibili, desiderabili, felici o “riusciti”. I social media amplificano questa dinamica, trasformando la vita quotidiana in una ribalta permanente e facendo della reputazione un capitale fragile e continuamente esposto al giudizio. In questo quadro, fenomeni come il ritiro sociale, l’ansia, la depressione e il burnout possono essere letti non solo come fragilità individuali, ma come segnali di un disagio prodotto da forme di vita competitive e performative. Restituire alla vergogna una dimensione sociale e politica significa sottrarre la sofferenza psichica alla colpevolizzazione individuale, riconoscendone l’origine relazionale e strutturale. La vergogna può così tornare a essere una bussola critica per interrogare collettivamente le condizioni che rendono sempre più difficile abitare il mondo senza sentirsi in difetto.
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