Casimirus Sarbievius, ovvero Maciej Kazimierz Sarbiewski (1595-1640), è lo scrittore di lingua polacca che nel ‘600 ha frequentato forse più assiduamente la letteratura latina. Nei confronti di Orazio, in particolare, egli dimostra un’assoluta devozione, tanto che contemporanei e successori lo chiamarono “Horatius Sarmaticus” per il costante sforzo di imitare il poeta del carpe diem. Sarbievius tuttavia non si ferma qui e vuole “dare un Dio” a quell’alto prodotto poetico pagano che ai suoi occhi sono le Odi di Orazio: ecco allora un altro epiteto, quello di “Horatius Christianus”, per l’originale esperimento cristianizzante nei confronti del poeta di Venosa. Oggetto specifico del presente studio sarà l’ode latina 'Ad fontem Sonam', che appare come un centone poetico dalla policromia straordinaria, dove Sarbievius si muove abilmente tra due modelli letterari ben esibiti, il carme 31 di Catullo e l’ode III,13 di Orazio. L’occasione poetica è data, come egli stesso annota a guisa di epigrafe dedicatoria nell’incipit, dal ritorno al podere paterno nel 1625, dopo essersi trattenuto alcuni anni a Roma per studiare teologia. È nel piccolo terreno del padre presso il villaggio di Sarbiewo che fluisce l’amata fonte Sona, erede millenaria dell’oraziana Bandusia. I versi catulliani e oraziani sono qui incastonati come preziosi e variopinti tasselli di un gioiello finissimo. Singolare centone secentesco forgiato dalle armi sapienti di un 'poëta doctus' oppure sfida al mondo della filologia perché, oltre l’elegante sinuosità tecnica di un esperto mosaicista, ne scopra le nascoste originalità? A questa domanda cerca una risposta il presente contributo.
Al fluire sereno delle fonti. Limpide memorie tra classicità ed Umanesimo
s. ferrando
2005-01-01
Abstract
Casimirus Sarbievius, ovvero Maciej Kazimierz Sarbiewski (1595-1640), è lo scrittore di lingua polacca che nel ‘600 ha frequentato forse più assiduamente la letteratura latina. Nei confronti di Orazio, in particolare, egli dimostra un’assoluta devozione, tanto che contemporanei e successori lo chiamarono “Horatius Sarmaticus” per il costante sforzo di imitare il poeta del carpe diem. Sarbievius tuttavia non si ferma qui e vuole “dare un Dio” a quell’alto prodotto poetico pagano che ai suoi occhi sono le Odi di Orazio: ecco allora un altro epiteto, quello di “Horatius Christianus”, per l’originale esperimento cristianizzante nei confronti del poeta di Venosa. Oggetto specifico del presente studio sarà l’ode latina 'Ad fontem Sonam', che appare come un centone poetico dalla policromia straordinaria, dove Sarbievius si muove abilmente tra due modelli letterari ben esibiti, il carme 31 di Catullo e l’ode III,13 di Orazio. L’occasione poetica è data, come egli stesso annota a guisa di epigrafe dedicatoria nell’incipit, dal ritorno al podere paterno nel 1625, dopo essersi trattenuto alcuni anni a Roma per studiare teologia. È nel piccolo terreno del padre presso il villaggio di Sarbiewo che fluisce l’amata fonte Sona, erede millenaria dell’oraziana Bandusia. I versi catulliani e oraziani sono qui incastonati come preziosi e variopinti tasselli di un gioiello finissimo. Singolare centone secentesco forgiato dalle armi sapienti di un 'poëta doctus' oppure sfida al mondo della filologia perché, oltre l’elegante sinuosità tecnica di un esperto mosaicista, ne scopra le nascoste originalità? A questa domanda cerca una risposta il presente contributo.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



